Letture

Soffro per la bellezza offesa e il dilagare del brutto ovunque, per i capolavori dimenticati negli scantinati del musei le cicatrici sul volto di paesaggi splendidi i giovani corpi sconciati dai tatuaggi. Mi angosciano i ragazzi bruciati nell’alcol e obnubilati dalle droghe. Mi amareggia la sorte delle fanciulle che non diventeranno madri ma solo consumatrici. Osservo incredula i genitori che non sanno più insegnare nulla: educazione, cultura, valore dell’esperienza. Mi addolora che un vecchio venga considerato rimbecillito soltanto perché non padroneggia la tecnologia informatica.


“Pensai a un mondo senza memoria, senza tempo; considerai la possibilità d’un linguaggio di verbi impersonali o d’indeclinabili epiteti. Così andarono morendo i giorni e coi giorni gli anni, ma qualcosa simile alla felicità accadde una mattina. Piovve, con lentezza possente…” Jorge Luis Borges – “L’Aleph” Questa felicità, di cui ci parla Borges, come condizione archetipica, questa lentezza possente di un’estetica del silenzio in cui i nomi non sono ancora stati assegnati è evocata dai monocromi bianchi di Gianfranco De Palos.



Prese una bolla di vetro e si predispose ad introdurre nel foro quello che sapeva fare non una nave ma una semplice poesia per l’esperimento ci voleva un supporto la cosa migliore era ancora una pagina di carta bianca riciclata o nuova non interessava il mondo era fottuto quindi anche gli alberi e gli uomini l’importante era mettere insieme delle parole che stessero l’una al gioco dell’altra in armonico contrasto prese quindi un pezzo di carta rimasto sul tavolo il resto era nel cestino della carta straccia una pinza sottile e lunga e lo introdusse delicatamente arrotolato nella bolla di vetro


I telegiornali, secondo me, non servono a nessuno secondo voi i telegiornali, adesso come adesso, a cosa servono? io me lo chiedo spesso, il meteo, per esempio, a cosa serve saperlo? non so, basta che la mattina ti affacci alla finestra e vedi che tempo fa, e se hai il balcone fa lo stesso, la cosa non cambia poi molto, poi, per esempio, se per caso sai pure in che stagione sei, sai anche più o meno se fa freddo oppure caldo, ma se è un caldo umido o asciutto, a che ti serve saperlo? volete sapere come sono andate le cose al governo?


La luce intorno era sempre complice.



Giunco e giunchiglia Il giunco verde e la giunchiglia gialla. Una palla gigantesca di latte: la luna. Fosforescente grava sulla notte di giugno. Ginepri rododendri fili d’erba umidi di gioia di vivere. Boschi pinete praterie uccelli e sulla terra un microcosmo pulsante di piccoli animali. Costellazioni congiunzioni astrali e finalmente il giunco e la giunchiglia d’infinita tenerezza congiunti come bimbi appena nati e stupiti al cospetto del creato. Un boato. Uno stillare di stelle sul bosco gocce o gemme, lampi o fili d’argento?



Samuel Beckett : Genio del “teatro dell'assurdo” La popolarità di Samuel Beckett, nato a Dublino (1906-1989), viene rapportata a molte opere teatrali facenti parte del “Teatro dell”assurdo”, insieme a Eugene Ionesco e Arthur Adamov. Samuel Beckett, ottenne il Premio Nobel mai ritirato, e fra le sue attività ricordiamo il lavoro di segretario per James Ioyce. Il suo capolavoro, quello che raccoglie tutte le ideologie di vita, è rappresentato nel testo “Aspettando Godot”, una delle opere teatrali più significative del '900.



Ti guardo dentro l’occhio viola della notte, il silenzio arrotondato in grappoli di quasi parole, mentre il tamburo dell’assenza, nel suono, sorpassa il precipizio del limite. Senza orizzonte non tento neppure il naufragio e solo il vuoto asseconda il mio respiro. Il muro di indifferenza che mi stringe, non può sottrarmi il privilegio della fuga consapevole fuori da un senso estraniato. Solo così, connettendo le lamine di doppio che ti hanno attraversato, riuscirò a vederti per intero. Gabriella Cinti


Ho preso a parlare con l'ombra. Da angolazioni diverse. Tieni, ritiri, prima chiaro poi scuro, all'apparire metto a fuoco e misuro le parole per non perdere l'occasione propizia, in piedi o seduto, le mani tra le mani, cammino e mi fermo al primo segno d'albero, crinale torrentizio e asfalto su cui lentamente scivolo. Sei tu che pronunci il mio nome?


Fugge la luna - bianco occhio abbacinato - un rincorrersi nel grembo del cielo sciame di uccelli - stracci fluttuanti - mescolato al turbinio delle ali degli angeli. Beve la luna un lupo l'orecchio teso a voci di resina goccianti dalla corteccia degli alberi. Dei lineamenti della notte si impossessa la civetta nel cui volo-carezza è impressa l'ansia del mendicante: quello sbandare smemorato dei raminghi sul ciglio della strada cui talvolta si accompagna il risuonare di un'armonica Gabriella Colletti