Ti guardo dentro l’occhio viola della notte, il silenzio arrotondato in grappoli di quasi parole, mentre il tamburo dell’assenza, nel suono, sorpassa il precipizio del limite. Senza orizzonte non tento neppure il naufragio e solo il vuoto asseconda il mio respiro. Il muro di indifferenza che mi stringe, non può sottrarmi il privilegio della fuga consapevole fuori da un senso estraniato. Solo così, connettendo le lamine di doppio che ti hanno attraversato, riuscirò a vederti per intero. Gabriella Cinti

Ho preso a parlare con l'ombra. Da angolazioni diverse. Tieni, ritiri, prima chiaro poi scuro, all'apparire metto a fuoco e misuro le parole per non perdere l'occasione propizia, in piedi o seduto, le mani tra le mani, cammino e mi fermo al primo segno d'albero, crinale torrentizio e asfalto su cui lentamente scivolo. Sei tu che pronunci il mio nome?

Fugge la luna - bianco occhio abbacinato - un rincorrersi nel grembo del cielo sciame di uccelli - stracci fluttuanti - mescolato al turbinio delle ali degli angeli. Beve la luna un lupo l'orecchio teso a voci di resina goccianti dalla corteccia degli alberi. Dei lineamenti della notte si impossessa la civetta nel cui volo-carezza è impressa l'ansia del mendicante: quello sbandare smemorato dei raminghi sul ciglio della strada cui talvolta si accompagna il risuonare di un'armonica Gabriella Colletti

Signore mie


L'ORTOGIARDINO

L' ortogiardino curava mio nonno un luogo un giardino per me d’incanti e fatica. Il mio braccio – mi disse – si sposa qui con questa terra e polla d’acqua e ne fa bellezza e frutti che nessuno può sapere fuori da quel cancello là in fondo se non sale quest’erta di sassi e spine e non sa che qui brillano rose fiori di zucca e pomi doro che al riparo di siepi di un orto giardino appeso al mio dito con ali di foglie gira gira intorno al mondo sognando l’infinito


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