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Giuseppina Nieddu - La Parola Poetica - AUDIO

La PAROLA POETICA sfida necessaria ed indispensabile in tempo di fame. Benvenuti, ben trovati e grazie a tutti, prima di tutti a Rita, instancabile organizzatrice dell’Associazione Frascati Poesia. Questo mio sesto intervento a” Quindici minuti” riprende e rilancia i miei precedenti incontri tenuti a partire dal 2014, e il cui tema di fondo è rimasto lo stesso. Il titolo “La Parola Poetica, sfida necessaria in tempo di fame” mi rimanda ad un mio recente verso che dichiara: ”La mia unica sfida è la fede nella Vita” e alla dichiarazione del poeta Pablo Neruda sulla Poesia: “ La poesia è un atto di pace-. La pace costituisce il poeta come la farina il pane” . Mi son sempre lasciata interpellare dalle parole. La Parola mi ha sempre attratto, pro-vocato, chiamato ad essere, come dice G. Caproni “come il minatore che dalla superficie, ( la propria autobiografia) scava, scava finché non trova un fondo che è comune a tutti gli uomini.” La definizione di Caproni e quella di Neruda parlano al mio cuore, hanno dato senso e profondità al mio nome e cognome ( Giuseppina Francesca Nieddu Farina) mi riportano alla casa dell’infanzia invasa di profumo, dove ogni quindici giorni assistevo al miracolo della trasformazione del pane che canta: la carta da musica, il pane carasau... Nell’Associazione Frascati Poesia, la Poesia è di casa. Da sempre se ne cura l’ascolto impegnato a fare Pace con noi stessi e ad amorizzare il mondo.” Nella mia esperienza di pratica quotidiana, andare verso il centro di noi stessi per darci pace e irradiarla,senza pretenderla nè farla pagare agli altri, significa imparare ad ascoltare il respiro per accoglierne i bisogni e superare il continuo rischio della distrazione e del giudizio che spesso si rivela un autogoal. I nostri incontri vogliono continuare ad essere, sopratutto in tempo di distanziamento sociale, essenzialmente amicali e politici. Come sempre vi invito all'ascolto ad occhi chiusi, per rivolgere meglio lo sguardo all' interno cercando di assumere una posizione comoda insieme alla verticalità della spina dorsale, sintonizzandoci con il respiro per darci almeno un po' il tempo di “arrivare qui, di stare qui ”. Praticare l'ascolto del respiro è una pratica semplice e allo stesso tempo molto difficile che richiede costanza e pazienza, mi / ci aiuta a cambiare sguardo e ad abitare poeticamente là dove sto... Da anni, in sintonia con l’Associazione ho condotto e conduco dei laboratori di poesia, nella Scuola Media ed Elementare di Frascati, Marino e Vermicino, dove l’ascolto del nostro respiro e dei versi di un grande poeta ci guidano e affinano la nostra capacità di ascoltare la forza della parola vibrante che risuona dentro di noi e ci consente di sperimentare il monito delfico “Conosci te stesso” . Questo spazio di ascolto in cui, lavorando insieme, possiamo ascoltare ed essere ascoltati, contattare idee e sentimenti senza paura di essere giudicati, offre e consente pian piano una vera e propria ri-creazione interiore, una autentica trasformazione Il laboratorio di Poesia , specie quello con i bambini delle prime classi elementari, mi appassiona forse perchè spero che l’ esperienza del Laboratorio accompagnerà me e questi bambini cosi’ fragili cosi’ permeabili, cosi’ profondi a non smarrire, il senso vero dell’ esistenza dentro il mondo della tecnica e del mercato. So che insieme a loro, in semplicità riscopro, una inedita forza interiore che generando versi risonanti e condivisi ci lascia aperti e in dialogo con sguardi altri, ampi. Con questa speranza invito anche voi a condividere il verso che avete scelto e riconosciuto come cibo per la vostra anima che chiede di essere nutrita con parole respirate, anche e sopratutto in tempo di fame e di tempesta. I versi che mi hanno chiamato, quasi folgorato, fin dalla scuola media e che continuano ad accompagnarmi, anche nei laboratori coi bambini, sono quelli del discorso di Ulisse ai suoi compagni nel XXVI Canto dell’Inferno: “Considerate la vostra semenza:/ fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza” e quelli del poeta mistico persiano Yalal-Al-Din-Rumi (1207-1273): Anche se non hai piedi/ scegli di viaggiare in te stesso/ come miniera di rubini sii aperto all’influsso dei raggi del sole./ O uomo !Viaggia da te stesso in te stesso,/ che da simile viaggio/ la terra diventa purissimo oro. Ora condividiamo l’oro dei versi che avete scelto e che continuano a nutrire la vostra anima e qui mi metto in ascolto e mi taccio Chi è il poeta? Niente e nessuno se non uno che prima di tutto si mette in ascolto e si pone delle domande che lo mettono umilmente a nudo ogni giorno come se fosse il primo, come se fosse il solo, come se fosse l'unico perchè sperimenta che ogni evento accade per la prima volta e che la Parola respirata e ispirata salda in eterno, qui ed ora. attimi e millenni. In tempi in cui la parola è manipolata, banalizzata, strumentalizzata, violentata, consumata e slavata urge ri-scoprirne la dimensione etico- poetica, consapevoli che la parola è cio’ che fa di noi degli esseri umani. Ci permette di dire “noi”, di vivere insieme nella Polis e di custodire la testimonianza vissuta da Etty Hillesum ad Auschwitz: “A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi” Come sostiene Hanna Arendt “è il linguaggio che fa dell’uomo un essere politico” L’uomo è il solo animale parlante, la parola è prima della comunicazione. Quando la parola si corrompe e viene svuotata di senso si corrompono le relazioni e viene minata la fiducia . La difesa dell’umanità passa attraverso la difesa della parola, elemento che rende umano l’uomo e che gli consente di sviluppare e curare rapporti di prossimità. L’uomo di parola, che osa una parola limpida, sa il prezzo alto della parola veritiera che può diventare martirio della parola, come Socrate e Gesù che non hanno scritto nulla ma ne hanno mostrato la potenza e la forza straordinaria che rende colui che parla un essere responsabile delle sue parole . Solo la Poesia sa trovare parole nuove per cantare e raccontare l’Amore Si, il linguaggio poetico è come la lingua Materna è la casa parlante da dentro e che portiamo nel mondo. Ci offre una stanza rifugio-riparo anche nella tempesta. E’la lingua del cuore , delle emozioni e degli affetti, innerva i nostri ricordi e passando attaverso la porta dell’ascolto profondo, ci permette di raggiungere il cuore, di ascoltare e meditare il Mistero del Silenzio che abita al fondo di noi stessi. Come matrice e lievito si fa pane poesia preghiera che nutre e ritrova il senso del nostro errare. Il nostro più profondo desiderio è di fare della quotidianità della poesia un atto continuo di Pace che ci renda, qui ed ora , cansapevoli di essere eterni pellegrini costruttori di Pace. La Parola e la Pace nascono prima di noi, sono i messaggeri del Sogno divino, sotteso nell’Umanità della Terra. Scrive il Profeta Isaia:“ forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra.” La Pace non è solo assenza di guerra: va coltivata come un fiore e non c’è pace se c’é vendita e costruzione di armi che in diversi paesi, vengono distribuite anche ai bambini-soldato insieme ad alte dosi di droga per farli diventare insensibili più che forti e coraggiosi. Scrive Emily Dickinson I, LXXIII(739): Molte volte pensai giunta la pace/ quando la pace era lontana; / cosi’ i naufraghi credono di vedere la terra/ nel centro del mare,// e indeboliti lottano, soltanto per scoprire, / come me disperati, /quante rive fittizie / vengono prima del porto.// Il linguaggio poetico è sovversivo, rivoluzionario, evoluzionario. Nella crisi sa leggere e cogliere nello squilibrio e al di là del dissesto un passo avanti per entrare nelle relazioni tra persone, popoli ed umanità, terra e risorse naturali, in un altro modo che realizzi il Sogno. Per essere costruttori di Pace occorre prendere coscienza che la coscienza cosmica, in continua evoluzione è una. Finchè non ci diamo Pace, continueremo nell’illusione di poter difendere meglio solo il nostro paese. I dati non sono numeri disgiunti dalle persone. Nel 2019 sono stati spesi 19 miliardi in più per gli armamenti, miliardi sotratti alla Sanità e alla Cultura. Costruire armi significa venderle agli altri paesi e alimentare cultura di morte e illegalità. Davvero occorre svegliarci per cambiare le nostre relazioni negli spazi quotidiani, a partire da quella con noi stessi imparando a saper coltivare il Silenzio. Il Silenzio parla e si incarna come parola attiva e creatrice anche dentro il deserto e l’esilio e i poeti di tutti i tempi, conosciuti o sconosciuti “sono i misconosciuti legislatori del mondo” (P.B.Shelley) Come scrive Aristotele, compito del poeta è di dire non le cose accadute ma quelle che potrebbero accadere. La poesia tratta dell’universale, la storia del particolare. Ogni quartiere dovrebbe avere un comitato per la Pace, un luogo dove esercitarsi nell’arte del Silenzio, e dell’ascolto per imparare a fare Pace. Come dentro un laboratorio poetico, urge imparare a lavorare insieme e a studiare con testi di altre lingue e culture per assumere uno sguardo cosmico, contempl-attivo che si prende cura della Polis a partire dalle periferie e dalle povertà che albergano in ogni essere umano. Cito ancora PABLO NERUDA cantore della passione intima e civile, nella sua Ode per la PACE. Rivolgendosi a tutte le cose fa un’ invocazione interessante: Sia pace per le aurore che verranno / Pace per il ponte, pace per il vino / Per le parole che mi frugano / più dentro e che dal mio sangue risalgono / legando terra e amori con l’antico / canto; e sia pace per le città all’alba / quando si sveglia il pane, pace al fiume // pace al libro come sigillo d’aria, /e pace per le ceneri di questi morti / pace per il fornaio e i suoi amori / pace per la farina / pace per tutto il grano che deve nascere / pace per ogni amore che cerca schermi di foglie / pace per tutti i vivi / pace per tutte le terre e per le acque. // E ora qui vi saluto/ torno alla mia casa, ai miei sogni, / ritorno nella Patagonia, dove / il vento fa vibrare / le stalle e spruzza ghiaccio l’oceano./ Non sono che un poeta e vi amo tutti, / e vago per il mondo che amo. // Ma io amo anche le radici / del mio piccolo gelido paese./ Se dovessi morire mille volte, / io là vorrei morire/ Io non voglio che il sangue / torni a zuppare il pane/ Io qui non vengo a risolvere nulla. // Sono venuto solo per cantare / e per farti cantare con me.// La Poesia e’ il GrandeViaggio verso l’infinito del nostro desiderio piu’ profondo. Ci consentirà di riscrivere la nostra Storia che è stata fatta troppo al maschile . La Poesia come la Pace è Donna, è finestra di dialogo, con la Madre terra e con il cielo. Urge abbandonare la mentalità di guerra e far memoria che nel cammino della Pace c’è molto bisogno delle donne e della forza creatrice dello Spirito che continui a suscitare Poesia e Canto, imprescindibili e sempre nuovi compagni di uomini e donne costruttori di Pace che si riconoscono consapevolmente diversi come fratelli e sorelle, per godere, anche dentro la fragilità il tempo che ci è dato di vivere. Cantare nel buio all’aurora che viene per inaugurare ogni giorno la politica della Luce e fare della Polis un amorizzato villaggio globale pacificato, è forse il più alto impegno divinamente umano per cui valga la pena Vivere fino all’ultimo Respiro. BIVACCO La mia anima nomade / si scalda attorno al bivacco / acceso è il fuoco/ davanti alla tenda / piena di amici viandanti / che a piedi incrociati / cantano nel buio / canzoni d’amore.// ((Giuseppina Nieddu )2005 Continuiamo a Respirare con i versi di Mary Oliver (Ohio-Usa1935-Florida 2019) DICHIARA PACE Dichiara pace con il tuo respiro. Inspira uomini d'arme e d'attrito, espira edifici interi e stormi di merli dalle ali rosse. Inspira terroristi ed espira bambini che dormono e campi appena falciati. Inspira confusione ed espira alberi di acero. Inspira quanto è caduto ed espira amicizie di tutta una vita ancora intatte. Dichiara pace con il tuo ascolto: quando senti sirene, prega ad alta voce. Ricorda quali sono i tuoi strumenti: semi di fiori, spilli da vestiti, fiumi puliti. ... Agisci come se l'armistizio fosse già arrivato. Non aspettare un altro minuto. Pay attention / Be astonished / tell about it.// ( Fai attenzione / stupisciti / raccontalo.) Concludo con la riflessione di Franco Arminio(Bisaccia Avellino 19-2-1960) C’è solo il respiro, forse ce n’è uno solo per tutti e per tutto. Spartirsi serenamente questo respiro è l’arte della vita. La faccenda è teologica. Abbiamo bisogno di politica e di economia, ma ci vuole una politica e un’economia del sacro. Ci vuole la poesia…. Non so quando è accaduto il massacro di ciò che è lieve, lento, sacro, inerme. Adesso per tornare a casa, per tornare assieme nella casa del mondo,non serve la rabbia, non serve lo sgomento, basta sentire che ogni attimo è un testamento... Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.
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La Narrazione - tra suggesione, emozione e sentimento

Ogni cosa in questo mondo ha in se la capacità potenziale di produrre suggestione, emozione e sentimento, basta saperli cogliere: Mughini in un suo racconto osservava “ la mia poltrona fa parte di me; su quella poltrona ho meditato, ho sognato, ho urlato, ho pianto” , quando la guardo vedo in lei tutto il mio passato, la mia gioventù, la mia speranza, tutte le delusioni ed il dolore di alcuni giorni. Le arti nelle loro infinite espressioni, figurativa, musicale, teatrale, fotografica , cinematografica ecc , ed il mondo virtuale sono in grado di indurre suggestioni, emozioni e sentimenti con grande effetto, ma ciò avviene se riescono a narrare nei diversi contesti con un appropriato dominio dei suoni, dei toni, dei colori e delle tecnologie, in buona sostanza di tutto ciò che è in grado di emozionare e lasciare un segno in ciascuno di noi. Per ognuna di esse esistono tecniche specifiche frutto di una lunga e collaudata esperienza, sempre in evoluzione.

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D'Annunzio - La questione fiumana - Mirella Tribioli

Gabriele (D’Annunzio è il cognome di uno zio adottivo, che peraltro gli piace sentendosi l’Arcangelo annunciatore alle genti), figlio di Francesco Paolo Rapagnetta e Luisa De Benedictis, si dimostra allievo diligente, primeggiando negli studi. Il collegio che frequenterà a Prato nella colta terra toscana, correggerà la sua inflessione dialettale e lo preparerà ad una disinvoltura linguistica. Le chiare attitudini letterarie gli fanno ben presto privilegiare la poesia e Carducci come poeta-vate, in quanto egli stesso si sente predestinato a questo ruolo-vate per il destino della nazione e come celebratore degli eroi. A soli sedici anni, anche per il sostegno economico del padre, contento dell’affermazione di questo figlio prodigio, pubblica Primo vere con grande consapevolezza poetica, compenetrato già in una ricercatezza di stile, che gli sarà del resto consona in tutte le sue produzioni artistiche. Primo vere non sarà altro che l’inizio di una prolifica e poliedrica produzione letteraria, che vede un alternarsi di testi in poesia e prosa, come giornalista, novelliere, romanziere e drammaturgo. In maniera più singolare si potrebbe dire, però, che è la prima guerra mondiale a segnare una divisione nelle opere e nelle gesta di questo scrittore soldato, di questo poeta eroe. Fanno parte del primo momento che vede più preponderante lo scrittore-poeta: Canto novo, L’Isotteo e la Chimera, Elegie romane, Poema paradisiaco, Odi navali, Intermezzo, Laudi, Il piacere, Giovanni Episcopo, L’innocente, Trionfo della morte, Le vergini delle rocce, Il fuoco, Forse che sì forse che no, La Leda senza cigno, Sogno di un mattino di primavera, La città morta, Sogno d’un tramonto di autunno, La Gioconda, La gloria, Francesca da Rimini, La figlia di Jorio, La fiaccola sotto il moggio, Più che l’amore, La nave, Fedra, Le martyre de Saint Sebastien, La crociata degli innocenti, La pisanella, Parisina, Il ferro. Appartengono invece, al secondo momento dello scrittore-soldato: Canzoni delle gesta di oltre mare, Per la più grande Italia, Notturno, La canzone del Quarnaro, Faville del maglio, Canti della guerra latina, Cento e cento e cento e cento pagine del libro segreto di Gabriele D’Annunzio tentato di morire, ed ancora i tantissimi discorsi, proclami. Intelligente, spregiudicato cerca con tutti i mezzi notorietà, come quando, in concomitanza alla sua prima pubblicazione, dà ai giornali l’annuncio della sua morte, consapevole che una tale notizia, gli avrebbe portato consenso, come del resto accadde, nel costruirsi un’immagine pubblica. Per lo stesso motivo ama circondarsi di personalità e tale è già il pittore Francesco Paolo Michetti, che diventa suo amico, o la duchessina di Gallese Maria Hardouin, che diventa sua moglie. Una vita prepotentemente all’insegna del clamore, tra sperpero di denaro, amori che vanno e vengono, e in questo non dissimile da suo padre che aveva lasciato la famiglia in disastrosa situazione economica. Consapevole che la poesia non “dà pane” si costringe ad un lavoro di giornalista, ma solo per breve tempo, perché insoddisfatto torna a soli venticinque anni a scegliere di essere letterato, lasciata la moglie e i tre figli. Di lì a seguire sarà solo scrittore, anche perché “nutrito di tanta cultura”, Carducci, Capuana Verga, Flaubert, Maupassant, Zola, Baurget, Barrès, Dostojevsky, sono i suoi riferimenti letterari, che peraltro lo sollecitano ad un superamento del naturalismo, realtà precipua della sua prima opera, per accostarsi ad una introspezione psicologica, che caratterizza sempre più i primi anni del Novecento. L’affermazione di un Decadentismo alla ricerca di miti umani, dettati da scrittori e pensatori come Nietzche, diventeranno altrettanto grandemente significativi per il giovane scrittore. E’ proprio in queste forme decadentistiche che D’Annunzio si identifica col suo ideale di Bellezza e di Forza, nel cantare la natura della sua terra natale, nonché la sua Patria in uno spirito glorioso e sensuale. Sensualismo che gli fa privilegiare le condizioni poco comuni e che travasa nelle sue opere o che talvolta tralascia per intenti politici e irredentistici, delineando la teoria del Superuomo, di un eroe privo, perché no, anche di intenti morali, inteso come è alla violenza e alla forza pur di affermare i suoi istinti. Queste immagini lasciano talvolta un senso di vuoto. L’irrequietezza del suo pensare e del suo agire frastorna e ci rende estranei, ma il più delle volte ci coinvolge, perché la crudeltà come il tramonto, un delitto come un viaggio o una battaglia, fanno parte della vita. La visione “panica” che lo scrittore confronta con il suo stile rivestito di perfezione formale, rende la sua espressione artistica più intensa e stempera la virilità che gli è altrettanto propria e naturale. In questo concerto di sensualismo, naturalismo e di naturalismo sensuale, si raccorda il mito del Superuomo dannunziano di cui si farà interprete ed eroe nella difesa di quella “Vittoria mutilata”, espressione da egli stesso coniata per indicare quella vittoria militare ottenuta in battaglia e vilipesa nelle trattative diplomatiche. D’Annunzio forte della sua vitalità, non era nuovo alle azioni politiche e alla causa italiana: infatti era già stato eletto, come uomo di destra, deputato per la ventesima legislatura del 1897. Aveva profuso tutte le sue energie per la sua riuscita elettorale, come egli stesso aveva testimoniato: “…Torno ora da un giro elettorale ed ho ancora piene le nari di un acre odore umano. Questa impresa può sembrare stolta ed estranea all’arte mia e contraria allo stile di vita mia, ma per giudicare la mia attitudine bisogna attendere l’effetto a cui la mia volontà tende direttamente…”. E, non coerente alla vita politica, ma coerentemente alla vitalità della sua fervida vita, in occasione delle leggi repressive proposte da Pelloux, non si esenta dal sottrarsi a critiche e commenti, passando alla sinistra al grido di “…Passo verso la vita!”. Ed è sempre in questo alternarsi di affermazione artistica e di soldato-eroe, che non è estraneo ad imprese di patriota italiano, quando nel maggio del 1915 predica l’intervento dell’Italia in guerra con accesi discorsi “Per la più grande Italia”: si fa volontario non risparmiandosi nel 1917 come soldato sulle montagne del Carso; come aviatore su Vienna, Pola e Cattaro all’insegna di quel grido greco-romano, da egli stesso riproposto: “Eia, eia, alalà”; subendo il distacco della retina di un occhio in seguito ad un atterraggio rischioso; privilegiando con il suo MAS imprese quali “La beffa di Buccari” del 1918, quando entra nel golfo del Carnaro per gettare in mare bottiglie contenenti messaggi oltraggiosi per il nemico, o quando volando su Vienna, invece di bombe, lancerà volantini per invitare i nemici ad arrendersi. Autocelebrando comunque le proprie imprese in termini sublimi e di eroismo, perché ormai “il dandy” si è trasformato in un superuomo che subordina tutto all’affermazione: Ritornato viene accolto come un valoroso e da qui rinforza il gusto per il gesto eccezionale, spettacolare inimitabile. Il mito dell’eroe, del superuomo non è, però, una condizione dannunziana, visto che già nel seicento e poi con Goethe c’era stato l’anelito da parte delle persone di superare mi propri limiti. L’accezione razzista-nazionalista, testimoniata dal nazismo è però dell’età del poeta. Uomo d’azione, intrepido sostenitore dell’Istria e della Dalmazia in Italia, ma è con l’impresa di Fiume che renderà perenne nel tempo la sua immagine, perché Fiume è per D’Annunzio, come dice in una lettera a Don Rubino suo amico, “Causa Santa…la più pura e la più alta che sia nel mondo …merita…non soltanto la vita, che è lieve, ma ogni altro bene…Io non lascerò Fiume se non morto. Ma neppure morto, ché desidero riposare in vista del Quarnaro, all’ombra di quei lauri”. Del resto, sollecitando già i marinai d’Italia in Fiume italiana e tutti i marinai d’Italia nell’Adriatico italiano, con un fare estetico-politico aveva tratteggiato quell’Adriatico a lui tanto caro perché “… E’ sempre stato per noi un mare di vita perché ci appariva come una forma della nostra passione e come una forma della nostra speranza. Era nostro perché non avevamo mai cessato di volerlo nostro…”. E’ un amplesso sensualistico panico di superomismo quello del poeta nei confronti di Fiume e della Dalmazia, che i trattati della prima guerra mondiale non avevano riconosciuti assegnati all’Italia. Tanto sangue sparso non era riuscito a riscattare l’italianità di un popolo che si era sentito italiano da sempre. Questione fiumana (12 settembre 1919) Aspetto geografico Fiume si sviluppò come città ad ovest del fiume Eneo, corso d’acqua di origine carsica ricco e inesauribile. Porto estremo della Venezia Giulia, situato tra la penisola Appenninica e la Balcanica, si affaccia sul Golfo del Carnaro. Nell’era prebellica la città fu ricchissima di industrie e porto importantissimo. Per questa condizione fortunata nel secolo XIX sorse sul territorio limitrofo politicamente croato una città nuova, Sussak che ne limitò l’economia e l’espansione. Aspetto storico Nel 60 a.C. in questo territorio troviamo un insediamento dei romani: sono di questo periodo notizie di un’area chiamata Tarsatica, centro abitato al di là della fiumara. Nel XIII secolo al posto del nome Tarsatica, come terra fluminis, diventa Fiume. Alla fine dell’impero carolingio passò sotto i Vescovi di Pola, poi sotto i Signori di Duino, i Frangipane e i Conti di Walsee (1400). Nel 1466 sotto il sovrano Federico III d’Asburgo. Venezia la sentiva rivale già da quando si era resa “Libero Comune”; la situazione peggiorò quando scoppiò il conflitto tra Massimiliano di Asburgo e Venezia (Lega di Cambrai). Nel 1627 era dei Gesuiti e in questo periodo ancor più si diffuse la cultura latina e italiana. Successivamente Fiume riuscì a farsi riconoscere autonoma: Maria Teresa volle sottoporla a Trieste ma dovette fare marcia indietro. Nel 1776 divenne porto dell’Ungheria, tramite la Croazia, ma i fiumani protestarono e Maria Teresa la rese autonoma dalla Croazia stessa. Nel 1779 fu riconosciuta “Corpus Separatum” perché annessa alla corona ungarica senza mediazione. Successivamente subì il dominio napoleonico e austriaco e nel 1822 Fiume ritornò alla corona ungarica, cosa gradita ai fiumani perché l’Ungheria da sempre aveva rispettato la lingua, le tradizioni e le istituzioni italiche della città. Nel 1848 la Croazia in seguito ai disordini dell’Ungheria occupò Fiume, cercando di croatizzarla: le opposizioni dei notabili fiumani incoraggiarono l’Ungheria alla riannessione e i croati dovettero accettare tale soluzione (1870). Dopo il ritorno di Fiume sotto gli ungheresi, essi imposero il proprio dominio, ma i fiumani che nei tempi per lingua e costumi, si erano sentiti sempre italiani, cominciarono a pensare all’Italia come Patria e quando scoppiò la prima guerra mondiale, mettendo a confronto l’impero austroungarico e l’Italia stessa, la maggior parte dei fiumani, eccetto gli autonomisti ed i panslavisti scelsero l’Italia. L’Italia era intanto entrata in guerra con delle richieste condivise dall’Intesa, ma il Patto di Londra (26-4-1915) aveva assegnato il porto di Fiume ad altro Stato; nel Trattato di Parigi (10-9-1919) l’Italia reclamò Fiume, ma la neonata Jugoslavia chiese i territori che il Patto aveva assegnato all’Italia, quindi l’Istria, Trieste e la Dalmazia tutta, mentre la Francia e l’Inghilterra negavano l’annessione di Fiume e Wilson, in nome degli Stati Uniti chiedeva all’Italia la rinunzia alla Dalmazia e di Fiume, ma i fiumani si mobilitarono per ottenere l’annessione all’Italia. La Conferenza di Parigi ridusse il contingente italiano nei territori adriatici orientali occupati dopo la vittoria; Gabriele D’Annunzio, animato da fiero spirito nazionalistico e i suoi legionari (nome da lui stesso dato dai soldati a cui si era messo a capo), decisero allora l’occupazione della città (Marcia di Ronchi 12-9-1919), dando luogo alla questione fiumana, in opposizione alle decisioni del governo italiano, determinando una sedizione contro lo Stato stesso. Così facendo D’Annunzio rivendicava quel ruolo di poeta-vate a cui si era sempre sentito chiamato, in virtù di quel superomismo che era diventato la sua fede e di cui viveva l’evoluzione, svincolato da ogni remora etica. D’Annunzio, del resto, era convinto che solo lui, che aveva appoggi dall’Italia, dai paesi alleati e dall’America, avrebbe potuto risolvere tale questione. Tra l’altro con questa scelta non fece che avvalorare lo scopo che aveva perseguito per tutta la vita “votarsi alla gloria”. Un esercito di arditi sempre più numeroso, lo sostenne in questa impresa, condivisa tra l’altro dal politico Benito Mussolini ormai alla guida del partito fascista. Per il poeta-soldato non era, del resto, una condizione nuova dilatare la vita alla legge del “vivere o morire”, “gioia o morire”, nel voler dominare il mondo con il suo istinto, con quel superomismo appunto con il quale tutto è, tutto gli è permesso. E la vita dell’eroe diventa l’essenziale del suo pensiero e non soltanto per le sue opere letterarie. Intanto mentre gli alleati si allontanavano, i fiumani gli affidarono i pieni poteri. Wilson cercò di rendere Fiume Stato indipendente, mentre Nitti tra tentennamenti e ipocrite dichiarazioni prometteva di risolvere la questione. La Iugoslavia, questo nuovo regno dei Serbi, Croati e sloveni (SHS), disattesa da lui come Stato e intesa come una specie di “Malebolge terrestre”, respingeva le pretese italiane di una indipendenza della città. D’Annunzio assumendo i poteri civili rimessigli dal Consiglio Nazionale, proclamò la Reggenza Italiana delineata nella Carta del Carnaro e sostenuta dalla volontà dei fiumani, che con il Proclama del 30 ottobre 1918 avevano già dichiarato liberamente “la dedizione piena e intiera alla madre patria”. Il Trattato di Rapallo del 1920 rendeva, però, Fiume stato indipendente e libero, per ottemperare a quanto stabilito negli accordi internazionali. D’Annunzio e i fiumani non riconobbero il Patto e, alla vigilia del Natale 1920, Fiume fu bombardata dalle navi italiane per ordine del Regio governo. “Il Comandante” nel disperato tentativo di evitare il tragico scontro civile, aveva fatto lanciare dagli aerei fiumani dei volantini sulle truppe del generale Ferrario, recitanti: “Ai fratelli che assediano i fratelli” “…Le vostre madri non sanno che voi siete per compiere il fratricidio. Non sanno che voi martoriate una città non colpevole se non d’aver sempre sofferto per l’Italia, se no d’aver sempre creduto nell’Italia, se non d’esser sempre fedele all’Italia…”. Ed ancora compiute le tragiche giornate del “Natale di sangue”, dove lui stesso fu ferito da calcinacci alla testa ed altri compagni morirono, fece lanciare foglietti volanti su Trieste e Venezia “… il delitto è consumato. La terra di Fiume è insanguinata di sangue fraterno…”. Bellissime e dolorosissime sono le pagine di prosa “Commento tra le tombe” redatte dal poeta per l’evento. D’Annunzio per un cuor patrio che lo chiamava al rispetto dei fiumani, temendo la minaccia della distruzione dei suoi abitanti e della città, decise di lasciare Fiume nella piena libertà d’azione e si dimise rinunciando al comando dei legionari, consapevole di essere stato l’interprete di uno dei momenti più drammatici della nostra storia presente. Fiume ebbe un governo provvisorio retto dal dannunziano Antonio Grossich. Il trattato di Rapallo aveva riconosciuto ai croati Porto Baross, condizione che comportò a Fiume molti disordini per le prevedibili, disastrose conseguenze economiche, ma questo sacrificio era inteso come tributo per l’annessione all’Italia proposta da Mussolini e confermata con il Patto di Roma (27-1-1924). Quel Mussolini che con un colpo di stato con la Marcia su Roma si era garantito il governo, marcia che D’Annunzio non aveva partecipato, pur avendola egli stesso preparata, nella convinzione che questi sarebbe stata solo una meteora di poco conto e tempo. Qui il suo grande errore, perché “il Duce”, pur strumentalizzando la sua figura come poeta ufficiale del fascismo, lo relegò sempre più fuori della vita politica, temendolo come potenziale avversario. D’Annunzio, però, si terrà fuori dalla mischia di quel movimento che pure aveva precorso, allontanandosene ora, non condividendone tutti i punti del programma. Come l’araba fenice che rinasce dalle sue ceneri, si dedicherà alla costruzione della sua casa museo sul Garda con i contributi dello Stato, casa che renderà maestosa e bizzarra nella sua ricerca esasperata di estetismo come aspirazione al sublime, nonché autocelebrativa per magnificare la sua persona: sarà il suo lascito agli italiani, come si evince dall’incisione sul portale d’accesso: “Io ho quel che ho donato”, coerente fino alla fine al suo ideale di persona superomistica, compromessa però da un senso di stanchezza e di morte, condizione che renderà più meditative le sue riflessioni autobiografiche o riguardanti la guerra, determinando il superamento della tensione superomistica stessa e confermandolo poeta più sensibile in questa vulnerabilità della sconfitta. Sprezzante della volgarità della massa, nella sua condizione aristocratica, antidemocratica e di ricerca di sensazioni raffinate, diventato egli stesso fenomeno di massa, determinando il suo successo con una capacità di intuire in anticipo i gusti del pubblico, adeguandovisi: ‘fatto di costume’, modello da imitare da parte di quella piccola borghesia che, incarnandosi in lui, evadeva una realtà meschina diventando a sua volta superomistica; fu già dai suoi contemporanei tanto amato quanto rifiutato. Ancora oggi i critici talvolta l’osannano per le sue atmosfere letterarie, magiche e musicali e le sue imprese eroiche; talvolta lo disprezzano per la sua scarsità intellettuale di spirito critico, di profondità mistica per quelle stesse imprese di guerra da lui composte. Certo è che oggettivamente, al di là di un suo recondito pensiero del fare, rimane il poeta-soldato che ha difeso, pur rischiando la sua vita, davanti a tutto il mondo intero l’italianità e l’Italia stessa, commuovendoci con il lasciarci sofferte e toccanti pagine patriottiche, monito alle generazioni future per un recupero ed un appropriamento delle proprie radici e dell’italianità stessa.

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Il Mito di Gabi - Valter Casagrande - AUDIO

Gabi (in lingua latina Gabii) fu una città del Latium vetus, posta al XII miglio della via Prenestina, che collegava Roma a Præneste, e che secondo Dionigi di Alicarnasso faceva parte della Lega Latina. Le sue cave fornivano un'eccellente pietra da costruzione, il lapis gabinus. Secondo la tradizione fu il luogo dove Romolo e Remo sarebbero stati educati e sarebbe stata loro insegnata la scrittura. A Gabi si rifugiò Tarquinio il Superbo, quando fu espulso dall'Urbe dai cittadini in rivolta che avevano decretato la fine della monarchia e l'esilio perpetuo. Gabi rappresenta il vertice antico di un triangolo con ai lati le cittadine di Tibur (Tivoli), Præneste (Palestrina) e Collatia ( Lunghezza), che nel periodo antico ebbero notevole sviluppo e grande importanza nelle vicende storiche e politiche del Lazio in forza della posizione strategica sulle arterie di collegamento dei percorsi commerciali tra l'Etruria e la Campania. Tra il IX secolo a.C. e VIII secolo a.C. in queste comunità ebbero luogo delle trasformazioni sociali, che portarono alla costituzione di un sistema sociale con la formazione di centri protourbani, anticipatori di quelli urbani propri del territorio laziale latino. Gabi potrebbe essere la città natale del poeta Tibullo. Il sito, che si trova adesso a circa 20 chilometri di distanza da Roma al km 2 della via Prenestina Nuova, era situato lungo il percorso della via Prenestina antica, che attraversava la città, formando l'asse viario principale, via che in precedenza era chiamata via Gabina ( o Gabiense). NEL grande lago prosciugato che costeggiava Gabi, il lago di Castiglione, adesso spuntano balle di fieno, i trattori procedono pigri nel loro andirivieni e il podere quattrocentesco in cima alla collina è rosa e nuovo, con un magazzino dove cassette e cassette di cocci vengono spazzolate, lavate e talvolta ricomposte in anfore o vasi. Sparsi nella campagna intorno - tra il grano, i papaveri e le margherite - tanti ruderi apparentemente indistinti. Sul bordo della conca verde che era stata un vulcano e poi un lago, sta una manciata di case impari, senza ordine né regola, borgate col nome di Osa e Castiglione d' Osa. E' qui, dietro la via Prenestina nuova, al fianco di Pantano Borghese, che sorgeva l' antica Gabii, cittadina potente, al centro di un crocevia di scambi con la Campania di Cuma e l' Etruria di Cerveteri, dai costumi raffinati tanto da generare una leggenda secondo la quale Romolo e Remo vi vennero inviati per la loro formazione. Qui era Gabii, famosa per la sua pietra capace di resistere agli incendi a cui deve forse anche il toponimo, che potrebbe venire da cabum-cavum, luogo delle cave di pietra. Utilizzata per costruire il grande muro che separa la Suburra dal Foro di Augusto, per Ponte Milvio, per la tomba di Cecilia Metella. Gabii, la nemica di Roma ai suoi albori che al solo nominarla destava allarme e preoccupazione. Sono tante le leggende, innumerevoli le attestazioni nei testi dei grandi autori classici che dicono la storia di questa che in origine era, come quasi tutte le città del Latium vetus, una colonia di Alba Longa. Della storia successiva, delle sanguinose lotte per la supremazia parla Dionigi di Alicarnasso e poi ancora Tito Livio. Ma la più nobile delle fonti è Virgilio che nel libro VII dell' Eneide fa menzione del santuario di Giunone gabina quando racconta le fondazioni delle città. E Marziale elogia negli epigrammi i benefìci legati alle terme dove anche Augusto, imperatore della pace, veniva inviato dal suo medico, Antonio Musa Ma anche la storia degli scavi sull' area è corposa. A mettere le mani sulla terra è per primo Ennio Quirino Visconti insieme al principe Camillo Borghese che nel 1792 riconosce la piazza, l' antico foro ed estrae una quantità di statue, vasi, marmi, iscrizioni. Una collezione che viene poi collocata nel Casino dell' Orologio a piazza di Siena, nato per essere Museo Gabino ma destinato a una triste sorte giacché i reperti vennero ceduti a Napoleone Bonaparte e si trovano tuttora al museo del Louvre La necropoli di Osteria dell'Osa La necropoli dell'età del ferro di Osteria dell'Osa è legata con la fiorente Gabi, Le datazioni dei ritrovamenti si situano nel periodo compreso tra il IX e il VI secolo a.C.; la necropoli è composta da circa 800 tombe e sepolture. Nei ritrovamenti vi sono iscrizioni in lingua greca del 650 a.C., le più antiche in Italia in questa lingua (dopo la coppa di Nestore), ed iscrizioni in lingua latina del 750 a.C., che sono le più antiche del mondo in questa lingua. Presso la sezione della protostoria dei popoli latini del Museo nazionale romano sono raccolti i materiali scavati negli ultimi decenni. Quindi il valore strategico della posizione occupata da Gabii, il controllo di rilevanti arterie di collegamento e di tracciati commerciali (ad esempio tra l’Etruria meridionale e la Campania o tra il versante Adriatico) consentono alla città Gabina un notevole sviluppo economico, sociale e politico nella dimensione centrale pre-italica. Difatti nei primi decenni del V secolo a.C., quando Roma sconfisse la Lega Latina (costituita da alcune città che volevano mantenere la propria indipendenza) in prossimità di Gabi ( battaglia del lago Regillo), quest’ultima assunse una potenza e uno splendore mai più eguagliati. L’attività organizzativa e vitale ben nota anche nelle fonti classiche, è ricordata accuratamente dalle narrazioni di Dionigi di Alicarnasso, che menzionava l’invio a Gabi dei giovani Romolo e Remo, presso la comunità del pastore Faustolo, per apprendere, appunto, l’arte della scrittura e delle lettere, della musica e soprattutto dell’utilizzo delle armi. RILESSIONI Faustolo ed Acca Larentia: un pastore ed una prostituta. Quindi secondo la storiografia prevalente romana i figli di una regina, discendente da Enea, Rea Silvia, e del dio Marte, furono formati a Gabii da queste due figure: ACCA LARENZIA (Larentia, altri Laurentia). - Antichissima divinità romana, sulla cui tomba al Velabro il 23 dicembre, giorno dei Larentalia, il flamen Quirinalis e i pontefici celebravano sacrifici funebri (parentatio). Per alcuni (p. es. De Sanctis) essa è la madre dei Lari; altri invece, per la diversa quantità di Lăres e Lārentia, la ritengono una figura Magna Grecia, fusa poi con la divinità del Velabro (Zielinski, Wissowa); per altri infine essa sarebbe la Madre Terra. ( Treccani) ACCA LARENTIA E FAUSTOLO In Acca Larenzia e Faustolo si mescolano mito e leggenda. Da un lato, essa è, un antichissima dea etrusca, acquisita dai Romani come prostituta semidivina protettrice dei plebei. Dopo aver passato una notte di preghiere nel tempio di Eracle, per volere del semidio incontrò un uomo ricchissimo che sposatala, la lasciò erede di una immensa fortuna, che a sua volta lasciò al popolo romano, che festeggiava la donazione con le feste dette Larentali, ricorrevano il 23 dicembre. Più tardi il nome di Acca Larenzia fu attribuito alla moglie del pastore Faustolo che aveva trovato Romolo e Remo. Pur essendo già madre di dodici figli, i cosiddetti fratres arvales, Acca Larenzia allattò e allevò anche Romolo e Remo. La formazione di un’articolata “leggenda” riguardo alla fondazione di Roma conobbe un decisivo impulso in età augustea. Le ragioni di questo sviluppo sono abbastanza chiare: Roma era ormai diventata il centro politico, economico e culturale di tutto il Mediterraneo e Augusto, nella sua vasta opera di riorganizzazione della compagine statale romana, mirava ovviamente a nobilitarne il passato e a dare così ragioni “culturali” del suo dominio sul mondo. Il simbolo su cui si incentra la leggenda è la lupa, divenuta nume tutelare di Roma; la lupa era anche l’animale sacro del dio sabino Mamers, analogo di Marte, ed era anche l’animale tutelare dei latini con il nome di Luperco, mentre per gli etruschi il lupo raffigurava Aita il dio purificatore e fecondatore. Si può supporre che la fusione dei miti sia stata voluta per avere una maggiore coesione tra le diverse etnie. Tutta la simbologia appare incentrata sulla figura dell’animale meglio conosciuto da genti che vivevano di pastorizia e che esorcizzavano i loro timori assegnando al loro potenziale nemico attributi divini. Nella religione primitiva questi animali, lupi ma anche serpenti, rapaci ed i primitivi uri potevano dare la morte ma erano i figli della Dea Madre che era capace di rigenerare ogni cosa. Il culto della Dea Madre era associato ad una caverna che simboleggiava la parte interiore della dea da cui si generava la vita e la grotta dove la lupa portò al riparo i gemelli si chiamò Lupercale. ARVALI (fratres arvāles) Antico collegio sacerdotale romano, di dodici membri, che secondo una remotissima tradizione rappresentavano i dodici figli di Acca Larentia, e di Faustolo e in cui i mitografi riconoscevano una raffigurazione dei dodici mesi. Si dedicavano al culto della terra che nutrisce, invocandola sotto il nome di dea Dia, e il loro anno liturgico, che era anche l'anno di carica dei dignitarî del collegio, andava da una festa delle sementi all'altra Le origini degli Arvali si ricollegano con quella forma della primitiva religione che si riferisce alla coltura dei campi (arva), favorendola con cerimonie sacrificali. La dea Dia, che essi veneravano, era forse la stessa Cerere, e l'insegna propria dei membri del sodalizio era la corona di spighe con bianche bende. I solenni sacrifici dei fratelli Arvali si celebravano precisamente nei giorni delle antichissime Ambarvalia (gli Ambarvali erano una serie di riti che si tenevano nell'antica Roma alla fine di maggio per propiziare la fertilità dei campi, celebrati in onore di Cerere) con i carme arvalico. Il testo del carme arvalico (verso suturnio) in lingua arcaica, divenuta incomprensibile agli stessi Romani dell'età imperiale, comprovano le remote origini del collegio. IL VERSO SATURNIO l'unico verso usato nella poesia latina arcaica, prende il nome dal dio Saturno che, secondo il mito, si era rifugiato nel Lazio dopo la cacciata dal cielo; è detto anche faunio, in onore di Fauno, il dio indigeno che lo avrebbe inventato. Il poeta Ennio scrive che gli antichi canti erano in saturni e che a questo verso ricorrevano i vati e i fauni, intendendo forse così indicare il suo uso nei canti della tradizione religiosa e agreste. È un verso imprevedibile, dalla struttura estremamente fluida sulla cui natura gli studiosi non sono unanimi: ha un ritmo quantitativo, costruito cioè secondo una precisa successione di sillabe lunghe e brevi, oppure accentuativo, basato cioè su una determinata alternanza di sillabe toniche e sillabe atone, oppure, ancora, quantitativo e accentuativo insieme. Il fatto è che nei pochi versi pervenuti, circa duecento tra epigrafici e letterari, non si riscontrano due saturni uguali. È probabile comunque che nei primi secoli il verso avesse un ritmo accentuativo di origine indoeuropea, e successivamente, in fase soprattutto letteraria, diventasse quantitativo, perché più adatto alla natura della lingua latina. CONCLUSIONI Quindi secondo la storiografia romana che, sempre di parte voleva nascondere l'esistenza della storia preromana al fine di esaltare la grandezza di Roma, Romolo e Remo, figli di una Regina e di una divinità, vennero inviati a studiare in un posto molto marginale (Gabii) presso un pastore (Faustolo) ed una prostituta (Acca Larentia). Ogni merito, per quanto avessero costruito nel futuro, sarebbe, quindi, stato solamente loro! La realtà, o meglio l'ipotesi più realistica della quale io sono convinto, è che Gabii era una antichissima città centro della socialità, della cultura e della religione pre-romana. Prima di tutto il suo legame, e forse la sua unitarietà, con Palestrina, l'antica Praeneste, la cui importanza e la cui sacralità sono testimoniate dalla collocazione su una collina difesa da una doppia cinta di mura poligonali. Un tempio, quello della Fortuna Primigenia, che, nonostante le numerose utilizzazioni successive, ha mantenuto la sua forma originale: quella di una Ziqqurat sumero-mesopotamica. Quindi una datazione che, a mio avviso, può risalire a 2000 anni prima della fondazione di Roma. Un'altra Ziqqurat è stata individuata in Sardegna e questo a testimonianza della espansione dell'antica civiltà cancellata dall'evento catastrofico che, probabilmente, attorno al 1600 A.C., ha trasformato la geografia mediterranea. L’esplosione di Thera, un meteorite precipitato, lo spostamento dell’asse terrestre o l’apertura dei Dardanelli, o meglio quello di Gibilterra, un evento distruttivo epocale, o il concatenarsi di più eventi a breve distanza di tempo, ha modificato sostanzialmente la configurazione della terra e, per quel che ci riguarda, del vecchio continente e del mar mediterraneo. Per concludere Gabii, Faustolo e, soprattutto, Acca Larentia sono i veri fondatori di Roma e i Romani che hanno cercato di nascondere tutto con una leggenda, alla fine, non hanno potuto cancellare la cosa più figurativa ed immediata: Il simbolo stesso di Roma che ancora adesso la rappresenta.

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La percezione del bello - Alma Di Mattia

Un'analisi accurata del concetto del bello nella sua percezione storica condotta da Alma Di Mattia, esperta d'arte e di letteratura, con una presentazione grafica di grande qualità e chiarezza che può essere consultata accedendo all'allegato. Eè disponibile anche il file audio che puo essere ascoltato in contemporanea alla visione delle slides in modalità manuale.

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Leggere le donne tra arte e poesia - Mirella Tribioli

L'8 marzo, è la ricorrenza della “Giornata internazionale della donna”, essa vuole ricordare la distinzione di genere, non paritaria, che ancora le donne, subiscono in tante parti del mondo, nonché le conquiste sociali, politiche ed economiche che sono addivenute tramite le loro lotte, nei corsi dei tanti anni e, particolarmente nel XX secolo, nella rivendicazione dei diritti politici quali il suffragio universale. Promotrice, sostenitrice del “diritto di voto” fu, nel 1907, la marxista tedesca Rosa Luxemburg. Va ricordato che le rivendicazioni presero animo dai partiti socialisti e comunisti. Questo riconoscimento della giornata per la donna fu ufficializzato dapprima negli Stati Uniti nel 1909, a seguire in alcuni Paesi europei nel 1911 e in Italia nel 1922. La celebrazione della giornata, invece, è avvenuta nel tempo, nei vari Paesi, con date diverse: alla fine di febbraio negli Stati Uniti, intorno alla metà di marzo in alcuni Paesi europei, a maggio in Svezia e comunque sempre in concomitanza di altre ricorrenze. Come conferma di tante lotte, l’ONU nel 1975 proclamò “L’Anno internazionale delle donne”, ribadito nell’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1977. L’8 marzo fu scelta come data ufficiale. Data che vuole ricordare la tragedia del 1908 della fabbrica di Cotton di New York, in verità confusa con il reale dramma dell’incendio della fabbrica di Triangle, dove morirono 146 lavoratori di cui 123 donne, immigrate italiane ed ebraiche, e 23 uomini. La mimosa, fiore che esplode nella fioritura tra febbraio e marzo, è diventato il simbolo italiano di questa giornata, soprattutto perché già adoperato l’8 marzo 1946, primo anno dalla fine della seconda guerra mondiale. Ecco, è perché siamo prossimi a questa data che onora le donne, che mi è venuta idea di parlare di Vittoria Colonna, perché è colei che ha saputo far parlare della sua virtù e, prima fra le donne del Rinascimento, della sua arte poetica, portando l’attenzione sulla scrittura al femminile, cosa che fino ad allora era impensabile. Infatti dopo Saffo c’era stato il nulla, solo tanti anni di silenzio. E’ proprio con Vittoria Colonna insieme ad altre poetesse del suo tempo come Veronica Gambara, Gaspara Stampa ecc., che abbiamo nella letteratura l’affermazione di donne. Il tema del petrarchismo promosso dal Bembo ed allora in voga, era adatto alla loro sensibilità amorosa e possiamo dire che il petrarchismo, particolarmente, fu fatto proprio dalle poetesse e che il ‘500 sia sostanzialmente il secolo delle poetesse. Ce ne furono tantissime, più di quante ne avesse conosciuto fino allora la storia della letteratura, anche internazionale, infatti come codice di comunicazione raffinato fu fenomeno spagnolo, portoghese, francese, inglese, ma anche adatto a chi ambiva ad una certa elevazione. Donne che, però, per guadagnare la dignità dovevano comunque attenere al modello spirituale e letterario della cultura maschile, appunto a quel petrarchismo, che sviluppò sul finire del ‘300, nel ‘400 e soprattutto nel ‘500 e che prese a modello “Il Canzoniere” del Petrarca nei temi di amore, felicità, tormento, solitudine e morte; nelle immagini; nelle figure stilistiche; nella lirica nutrita di retorica classica, ma filtrata da una poesia provenzale. In che cosa consisteva questo petrarchismo? Secondo lo scrittore del tempo, Pietro Bembo, i caratteri potevano essere individuati nell’amore platonico e nella contemplazione della bellezza ideale, in quanto Il vero amore deve tendere alla perfezione, perché solo dall’amore divino arriva la felicità. Importante è, quindi, la ricerca della bellezza per la creazione della poesia e imitare la lingua del Petrarca che è il modello per la poesia stessa. L’ opera petrarchesca non venne, però in nessun modo, uguagliata da nessuno scrittore. I poeti particolarmente del ‘500, infatti, si attestarono per lo più in componimenti di mero esercizio o di interpretazione della propria persona. Tra i petrarchisti ricordiamo anche il grande Michelangelo Buonarroti, che confluì nella sua poesia tutto il suo forte “ego”. Questo modello di poesia fu, dunque, più congeniale alle donne e ne accrebbe l’importanza sociale, senza dimenticare, però, che il ritratto della donna di questo secolo è quello di una creatura sì gentile, ma che doveva stare al suo posto, perché comunque inferiore, capace in rari casi (perché lo studio non era per tutti, ma solo per qualcuna di nascita nobilissima, ad esempio Lucrezia Borgia) di letteratura, pittura, musica da condividere, controllata, nel salotto di casa. Donne che vivevano nella lirica d’amore del secolo, nei sonetti petrarcheschi, appunto, l’amore platonico. Creature idealizzate, non vere, non diverse dalle dame dei trovatori di Provenza di quattro secoli prima. (Anche se rispetto al fare della poesia predominante, va ricordato che già allora qualche letterato, come Cielo D’Alcamo della Scuola siciliana o a seguire Cecco Angiolieri della poesia comico realistica toscana e lo stesso Boccaccio, si attardavano a descrivere una donna più reale) Per queste donne del Rinascimento, poco era cambiato, non c’erano stati progressi rispetto ai secoli precedenti, relegate come erano ai padri ed ai mariti, escluse dal mondo. Si era spose o cortigiane. Cortigiane nel senso più riprovevole della parola. Significativo, a proposito il dire di uno scrittore del tempo Baldassare Castiglione ne “Il Cortegiano”, la sua opera più famosa, che nel delineare questa figura rende il cortigiano “nobiluomo”. Declinato al femminile la cortigiana era, invece, la prostituta. Poiché il petrarchismo era vissuto dalle poetesse e dalle cortigiane, è bene spiegare, però, che per termine cortigiana, in questo caso, fosse da intendere solamente l’accezione di “dama di corte colta”, senza riferimento in nessun modo ad alcuna ambiguità di natura sessuale, confermata dalla vita specchiata di alta morale delle stesse, in quello che era il dettame dello spirito petrarchista, ispiratore del loro sentire, della loro arte. Vittoria Colonna, la virtuosissima, figura alta e viva del Rinascimento, era sicuramente annoverata tra le poetesse, tra le spose. Nacque nel castello feudale di Marino, sui meravigliosi Colli Albani nel 1490 o come da nuovi studi nel 1492, da Fabrizio Colonna signore di Paliano e gran conestabile (alto dignitario di corte) di Napoli e da Agnese di Montefeltro, figlia del duca d’Urbino e d’una Sforza di Pesaro. La sua prima età fu poco serena in quanto il dominio della sua casata era contrastato dalla tracotanza dei Borgia. Suo padre Fabrizio si era distinto con Carlo VIII nella conquista del regno di Napoli, ma non avendo avuto adeguato riconoscimento per la sua impresa, era passato agli Aragonesi, di conseguenza, per cercare protezione, si era alleato con la famiglia d’Avalos, sostenitrice degli Spagnoli. Per meglio sugellare questo patto di alleanza, le famiglie si erano accordate, tra l’altro, per il matrimonio dei loro figlioli, è così che a soli sette anni, Vittoria fu promessa sposa a Ferdinando Francesco, detto Ferrante, d’Avalos, marchese di Pescara. Nel 1501 le terre dei Colonna furono saccheggiate dai Francesi e il papa AlessandroVI Borgia, nel suo patto filofrancese, confiscò i loro beni. La famiglia Colonna si spostò, quindi, ad Ischia presso i d’Avalos, dove rimase ospite per lungo tempo, anche perché nel frattempo la diciannovenne Vittoria con fastosissime nozze, celebrate nel 1509 nel Castello aragonese di Ischia, era diventata sposa di Ferrante: bella nell’incarnato di un viso adornato da chiome dai riflessi dorati, trapunti di fiori leggeri (come testimonia un dipinto di Michelangelo), affascinante nel suo vestito di broccato bianco con rami d’oro, adornata di un mantello azzurro. Bellezza che fu recitata da diversi poeti come Ludovico Ariosto, che nell’Orlando Furioso in riferimento al suo nome l’acclama “nata fra le vittorie”, alla stregua delle donne più importanti della mitologia. Anche Bernardo Tasso, padre di Torquato la sentì musa e così i suoi amici poeti umanisti, che in stile petrarchesco scrissero per lei poesie pervase di nostalgia e spiritualismo. I due giovani, in realtà erano entrambi colti e di rara bellezza e al di là del matrimonio combinato, si innamorarono e con autentico amore avviarono una felice vita matrimoniale che fu interrotta, però ben presto, dalle aspirazioni militari di Ferrante. Nel frattempo Papa Giulio II aveva promosso una lega antifrancese per quella che era la guerra che opponeva Ferdinando il Cattolico al re di Francia Luigi XII, a cui aveva aderito anche il re di Napoli. Insieme al suocero Fabrizio Colonna, uomo d’armi di spessore, celebrato anche da Machiavelli nei suoi “Dialoghi sull’arte della guerra”, Ferrante prese decisione di partecipare alla guerra della lega, esponendosi in diverse battaglie contro i Francesi stessi, tanto che in una, nel 1512, furono fatti prigionieri. Fu per questa occasione che Vittoria compose uno dei suoi primi scritti poetici “L’epistola” in versi, che bella nel suo tema di lontananza, lamenta con squisitezza di scrittura, il dolore per il distacco del proprio amato. Fu questo il tempo in cui Vittoria, limò il suo carattere morale e la sua cultura, supportata dalla presenza colta di Costanza d’Avalos, duchessa di Francavilla (per alcuni studiosi l’ispiratrice della Gioconda di Leonardo), che a sua volta amava circondarsi di letterati umanistici. Per sostenere la fama valorosa del marito, frequentò la mondanità della corte aragonese e gli ambienti di cultura di Napoli e Ischia, conoscendo molte personalità come Sannazaro ecc. Profondamente religiosa e ricca di virtù morali, già alla morte di suo marito nel 1525, causata dalle infermità seguite ai combattimenti, espresse forte volontà di ritirarsi in convento a Roma, dove pure fece qualche esperienza, peregrinando successivamente dall’uno all’altro monastero, contrastata nel prendere il velo dal papa Clemente VII e da suo fratello Ascanio, che la convinse a ritornare a Marino, anche per sanare i cattivi rapporti tra la Chiesa ed i Colonna stessi, cosa che non fece comunque recedere Clemente VII dall’abbattimento del castello marinese. Vittoria, passando per Napoli ritornò allora al caro rifugio di Ischia, dove rimase quasi ininterrottamente fino al 1536. Qui nel suo spirito di fede e carità accolse le tante sventurate vittime del sacco di Roma da parte dei Lanzichenecchi del 1527. Diede il suo contributo per salvare lo stesso papa, che per riconoscimento gli diede in dono il feudo di Pescocostanzo, che da quel tempo, per il suo apporto culturale, migliorò tantissimo il suo aspetto urbanistico secondo il canone rinascimentale, di cui ancora oggi gode testimonianza. Per le sue qualità morali e la sua cultura, Vittoria fu stimata da imperatori e papi, le fu amico il cardinale Bembo. Paolo III Farnese, papa dal 1534, tenne in considerazione i suoi consigli per la Chiesa e perfino per la nomina dei porporati. Donna intelligente partecipò ai dibattiti teologici del tempo (1538/1540), era questo un momento travagliato per le incipienti teorie luterane, che porteranno a seguire alla Riforma e alla Controriforma. Aperta al dialogo luterano, si avvicinò ai porporati progressisti che caldeggiavano lo spirito primitivo del Vangelo, anche per evitare uno scisma. Questa sua scelta la rese invisa ad alcuni che la considerarono eretica, condizione che compromise la sua sepoltura, con la scomparsa delle sue spoglie mortali. A Roma, conobbe, Michelangelo (1538) che si legò a lei di grande amicizia e con il quale tenne un continuo carteggio, espressione delle loro travagliate vite. Si racconta che questa relazione amicale riuscì, addirittura, a mitigare il carattere dell’artista. Nella scia di quello che era il platonismo amoroso ascetico verso Dio, canone prettamente petrarchista, il tanto discusso amore tra Michelangelo e Vittoria non fu, dunque, altro che quello di due anime gemelle bramose di bellezza spirituale e nel suo significato morale il provvidenziale incontro di Dante con la sua Beatrice. Vittoria morì nel 1547 confortata dalla presenza del suo amico, che attonito le tenne le mani sino al momento estremo. Il pittore la onorò con alcune sue opere, oltre al ritratto già citato, ricordiamo una Pietà e la Crocifissione: disegni molto espressivi, a gessetto su carta. Vittoria Colonna raffinata poetessa, fu sicuramente tra i petrarchisti, quella più degna di nota, tanto che è della critica l’appellativo “la Petrarca al femminile”. I temi le sono pertinenti, tutti: il dissidio interiore, l’amore che procura la felicità ed il tormento, le emozioni devastanti che portano al malessere fisico, il senso attanagliante di solitudine, l’amore che brama la morte, per porre fine alla sofferenza ecc. La sua produzione poetica può essere divisa in tre periodi, nel primo datato prima del 1538, troviamo rime amorose e rime spirituali; tra il 1538/1540 ancor di più rime denuncianti il sofferto problema religioso e tra il 1540/1547 il tema religioso stesso diventa più dominante, il motivo primario di riflessione della sua lirica. Le rime amorose sono la dichiarazione di tutta la sua sofferenza nel sentimento di solitudine per la lontananza dell’amato in guerra, nel desolante abbandono al dolore, per l’ingrata sorte avuta, la prematura funesta morte del marito. Passano gli anni di vedovanza, ma non cessa il pianto per la morte del suo amato bene. Le rime sono la testimonianza ancora della sua costanza di amore e fedeltà e o che si trovi nella sua dimora o in convento, non cambia lo sfogo di scrivere “del bel sole perduto”. Giovane e bella come era, nei suoi trentacinque anni, aveva molti pretendenti, graditi per ragioni politiche ai suoi fratelli, ma il suo diniego era netto, solita nel dire che “Il suo sole dagli altri reputato morto, per lei era ancora vivo”. La sua raccolta poetica è il primo Canzoniere femminile (1538) e inevitabilmente diviene riferimento per le scrittrici del tempo. Ad imitatio del Canzoniere petrarchesco suddivide l’opera in due parti, In vita ed in morte dell’amato, usando una fedeltà al modello sino a comporre “i centoni”, l’utilizzo dei versi altrui. Del Petrarca respira anche le descrizioni del creato e della natura. Quella natura che è la cornice dei vari posti in cui dimora, testimoniata nei diversi componimenti dove il riferimento del verde fiume e dell’azzurro mare, diventa simbiotico dei suoi sentimenti di amore, solitudine, di nobiltà d’animo. Intrigante è la figura a tutto tondo di Vittoria Colonna. Belle le sue poesie dallo stile uniforme ed armonioso, dai sentimenti di amore vero, che si posano sul cuore. A quale strazio la mia vita adduce Amor, che oscuro il chiaro sol mi rende, e nel mio petto al suo apparire accende maggior disio della mia vaga luce Tutto il bel che natura a noi produce, che tanto aggrada a chi men vede e intende, più di pace mi toglie, e sì m'offende, ch' a più caldi sospir mi riconduce. Se verde prato e se fior vari miro, priva d'ogni sp'eranza trema l'alma: ché rinverde' Il pensier del suo bel frutto che morte svelse. A lui la grave salma tolse un dolce e brevissimo sospiro, e a me lasciò l'amaro eterno lutto. Mirella Tribioli

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"La Vergine delle Rocce"

La scrittrice, poetessa e critico d'arte Maria Fondi, nell'ambito dei "seminari in 15 minuti" organizzati dall'Associazione Frascati Poesia illustra il celebre dipinto "La Vergine delle Rocce" di Leonardo da Vinci del quale mette in evedenza gli aspetti più suggestivi del gigante delle arti e delle scienze.
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La scienza trasgressiva che genera mostri

La scrittrice, poetessa e critico letterario Patrizia Pallotta, nell'ambito dei seminari in 15 minuti organizzati dall'Associazione Frascati Poesia illustra il tema della paura genarata dalla scienza "trasgressiva" quella che travalica l'etica nella letteratura.

L'adorazione dei Magi - Gentile da Fabriano

Presentazione a cura di Arnaldo Colasanti
Letio magistralis dello scrittore, giornalista e critico d'arte Arnaldo Colasanti nella illustrazione iconografica del celebre dipinto di Gentile da Fabriano "L'Adorazione dei Magi" - AUDIO
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