INTERNI ACHROME di Flaminia Cruciani

Sottotitolo: 
Arte Struktura -Opere di Gianfranco De Palos
Corpo: 
“Pensai a un mondo senza memoria, senza tempo; considerai la possibilità d’un linguaggio di verbi impersonali o d’indeclinabili epiteti. Così andarono morendo i giorni e coi giorni gli anni, ma qualcosa simile alla felicità accadde una mattina. Piovve, con lentezza possente…” Jorge Luis Borges – “L’Aleph” Questa felicità, di cui ci parla Borges, come condizione archetipica, questa lentezza possente di un’estetica del silenzio in cui i nomi non sono ancora stati assegnati è evocata dai monocromi bianchi di Gianfranco De Palos. È questa contemplazione originaria di un principio senza limiti, dell’apeiron, realtà primordiale dell’indefinito e indeterminato, un pre-esistenziale “Infinito in potenza” in cui sono morti i giorni e gli anni. Questo pretemporale è il bianco di De Palos, il tempo in queste opere è risalito all’indietro e si è dimenticato di esistere, è una manifestazione arcana priva della necessità di una creazione. Kandinsky, nel suo discorso di assimilazione dei suoni ai colori, parla del bianco come assenza di suono; ne “Lo spirituale nell’arte” scrive: “il bianco…è un silenzio che non è morto, ma ricco di potenzialità. Il bianco ha il suono di un silenzio che improvvisamente riusciamo a comprendere. È la giovinezza del nulla, o meglio un nulla prima dell’origine, prima della nascita. Forse la terra risuonava così, nel tempo bianco dell’era glaciale”. Queste pittosculture bianche sono espressione di una meta-pittura, elaborazioni radicali dell’artista che ha attraversato diverse sperimentazioni, in un processo iniziato dagli ossidi, forti e materici, che rimandavano alla terra, ai suoi residui pesanti, per poi arrivare ai monocromi bianchi che sposano il cielo fra il nulla e l’assoluto. Sembra che queste opere provengano dai millenni, che abbiano attraversato il processo della sedimentazione, dell’oblio, per giungere al bianco essenziale e spirituale della sintesi estrema. Come le opere d’arte antica conservate nella terra, che nei secoli silenziosamente e intimamente sedimentano i loro pigmenti, si denudano della loro possibilità cromatica, e quando sono riportate alla luce dalle mani degli archeologi sono bianche. Quello stesso bianco che infiammò la fantasia di Winckelmann e che lo portò a fondare il mito del bianco nell’antichità classica. I monocromi bianchi di De Palos hanno lasciato andare il superfluo, sono manifestazioni di essenzialità ancestrale, ridotti a un nucleo nudo, minimo,
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